Ulrica Senoner - Giovanni Gironimi

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Ulrica, la mia compagna di vita, non è stata solo la pietra angolare del nostro nucleo familiare: è stata luce, guida e radice. Nata nel cuore delle Dolomiti, a Selva di Val Gardena nel 1961, portava con sé il patrimonio vivo della minoranza ladina, che si insinuava nei gesti, nella lingua e nella sua anima. Il suo modo di essere sapeva avvolgere chi le stava accanto come un abbraccio caldo nei mesi freddi: ricordo ancora una sera d’inverno, quando una tempesta di neve aveva isolato la casa. Quel giorno Ulrica preparò per tutti una cena speciale, portando in tavola polenta fumante e spezzatino, e poi ci raccolse attorno al fuoco del camino raccontando storie ladine, così che le nostre paure si sciogliessero nella luce delle sue parole. Il suo sorriso, in quei momenti, era capace di pacificare le ansie che, inevitabilmente, la vita impone e di farci sentire al sicuro e profondamente uniti.
La presenza di Ulrica ha plasmato profondamente il mio modo di vedere il mondo e quello dei nostri figli, Gildo e Rocco. Grazie a lei, ho imparato a sostituire la frenesia con l’ascolto, a cogliere la bellezza nei dettagli più minuti: il profumo pungente dell’erba appena tagliata che si diffondeva nelle mattine d’estate, il calore della sua mano che stringeva la mia nelle sere di incertezza. Ai nostri figli ha insegnato il valore dell’autostima e il senso della responsabilità con uno sguardo attento alle emozioni altrui. Gildo, oggi, si sofferma spesso ad osservare gli animali della fattoria, proprio come faceva sua madre, mentre Rocco ama annotare pensieri e disegni nei suoi quaderni, seguendo quel filo invisibile che Ulrica ha intrecciato tra arte e vita.

Ricordo ancora un inverno particolarmente duro, il primo nelle Marche: il vento sferzava con violenza i coppi del casolare, il lavoro sembrava infinito e i pensieri si facevano pesanti. In quel periodo, una pesante influenza mi mise a letto per diversi giorni e fu Ulrica, con la sua tenacia silenziosa, ad arginare la paura: preparava tisane di fiori e miele che sprigionavano un profumo avvolgente nella casa, faceva il pane caldo che riempiva la cucina di ricordi e di futuro, cantava piano melodie ladine che lenivano la febbre e il mio senso di impotenza. Era lei a ricordarci che, nei momenti più bui, bastava lasciarsi guidare dalla semplicità e dalla presenza reciproca. Da allora, molte delle nostre scelte quotidiane—la cura degli animali, il rispetto della terra, la ritualità della cena insieme—sono il riflesso diretto di valori che ha saputo trasmetterci con gesti e parole.

La pittura di Ulrica era un viaggio sensoriale. Prediligeva la pittura a olio su tele che lasciava volutamente “respirare” per preservare la trama naturale del tessuto, mentre talvolta mescolava sabbia fine raccolta dal giardino per dare spessore e materia alle sue opere. Le tematiche ricorrenti erano la vita rurale, la maternità, l’amicizia tra uomini e animali, il ciclo delle stagioni, i ritratti e i nudi femminili. Nei suoi quadri, la quiete di una sera d’estate, il guizzo di un gatto tra le zolle, il sorriso di Gildo sporco di terra, la dolcezza di Rocco che inseguiva le galline diventavano metafore di attimi universali, un invito a cogliere la bellezza nel quotidiano.

Tra tutte le sue opere, “La nostra casa con il ciliegio in fiore” occupa un posto speciale nel mio cuore. Il quadro raffigura la nostra casa in mezzo alle colline marchigiane con un bellissimo ciliegio in fiore: nei campi circostanti lambiti da una foschia leggera, spicca la tecnica dello sfumato, che rende l’aria vibrante e reale; colori a olio intensi—ocra, verde smeraldo, blu notte—si fondono in passaggi leggeri e forti, mentre quei fiori bianchi e delicati del ciliegio illuminano il centro, quasi fossero un respiro. Il profumo dolce dei fiori di ciliegio si mescolava all’aria fresca del mattino, mentre il canto lontano degli uccelli completava la quiete del paesaggio; sotto le dita, la tela conservava una leggera ruvidità, traccia della sabbia sparsa da Ulrica per dare vita e materia. Guardando questo quadro, si percepisce il carattere di Ulrica: il suo saper cogliere la luce anche nei momenti di incertezza, la capacità di mettere in dialogo la forza e la tenerezza, la sua vocazione a dare forma all’essenziale. Ogni volta che osservo questo quadro, riaffiorano i ricordi delle mattine trascorse insieme sotto quel ciliegio, quando Ulrica mi insegnava a trovare la bellezza nelle piccole cose e a rallentare il passo per ascoltare il battito lieve della natura. È un quadro che trasmette serenità e speranza, proprio come lei sapeva fare ogni giorno, e che continua a parlare al mio cuore con dolcezza e profondità.

Quando la malattia si è insinuata nella nostra vita, ogni sensazione si è fatta più acuta: con il rumore sordo del vento, il silenzio cominciava a riempire le stanze e la luce si spegneva lentamente. Ricordo il profumo acre dei disinfettanti che si confondeva con quello della cera d’api usata per lucidare le tele, il sapore amaro del caffè nelle notti di veglia, il calore della sua mano che, nonostante la debolezza, continuava a trasmettere una forza gentile. In quei giorni, Ulrica trovava ancora il modo di sorridere ai miei occhi e in quelli di Rocco e Gildo, di rassicurarci con un abbraccio o una parola dolce: “Ricordatevi che la bellezza si nasconde nei dettagli.” Era lei a insegnarci che persino il dolore, se vissuto insieme, può diventare un ponte per la speranza.

Oggi, la voce di Ulrica continua a guidarci. Nei quadri che custodiamo, nelle poesie che rileggiamo, nella semplicità delle piccole scelte quotidiane, sentiamo il suo respiro. Ogni volta che Gildo e Rocco si interrogano sul futuro, li invito a ricordare la loro mamma che ci ha insegnato a vivere con autenticità, a sentire con intensità, a non perdere mai la gratitudine, neppure nelle avversità. E così, anche oggi, mentre il sole colora di oro i campi di grano, so che la bellezza che lei ha seminato continuerà a germogliare nei nostri cuori.
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